Firma anche tu contro l’occupazione del vertice sul clima di Nuova York da parte delle multinazionali

Ci rivolgiamo a tutti i movimenti sociali, le organizzazioni di base e i movimenti ambientalisti e per la giustizia climatica perchè aderiscano a questo documento e si uniscano a noi in questo appello alla mobilitazione.

Il 23 settembre, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon ospiterà a New York un Vertice sul Clima che coinvolgerà leaders politici, grandi imprese e rappresentanti della società civile altamente selezionati. Il Vertice è stato preceduto da un grande clamore, ma nei fatti propone ricette volontarie e basate sul mercato e devastanti partenariati pubblico-privato come il REDD+, la Climate-Smart Agriculture e la Sustainable Energy for All Initiative. Tutte false soluzioni di un’economia verde che cerca di mercificare ulteriormente la vita e la natura in vista di ulteriori profitti. Come movimenti sociali firmatari di questo appello, che tutti assieme  rappresentano più di 200 milioni di persone nel mondo, denunciamo questa vera e propria occupazione da parte delle multinazionali delle Nazioni Unite e del processo negoziale sul clima, chiedendo un cambiamento profondo. Il mutamento climatico è il risultato di un sistema economico ingiusto e per superare la crisi dobbiamo attaccare le radici che la causano, cambiando sistema. Non si potrà tornare indietro dal caos climatico se non facciamo nulla per affrontare e sfidare l’inazione dei nostri Governi, le cui politiche sono spesso condizionate dalle multinazionali e dalle imprese inquinanti. E’ cruciale per tutti noi rafforzare le nostre lotte concrete focalizzando le nostre energie su un cambiamento del sistema capitalistico.

Per firmare il documento, invia il nome della tua organizzazione a espaceclimat@gmail.com

Se vuoi essere inserito nel comunicato che verrà inviato alla stampa, ti preghiamo di inviarci la tua adesione entro l’14 settembre 2014

 

New York, 19 – 23 settembre:
Mobilitiamoci e organizziamoci per Fermare e prevenire la febbre del pianeta

Quando come esseri umani prendiamo la febbre, immediatamente ci preoccupiamo e cerchiamo una soluzione. Dopotutto sappiamo che se la nostra temperatura corporea sale di 1.5ºC, fino a 2ºC sopra la temperatura media ci possono essere danni che, per temperature superiori a 4-6ºC, possono arrivare al coma se non addirittura alla morte.

Questo accade quando il pianeta Terra prende la febbre. Negli ultimi 11.000 anni, la temperatura media del nostro pianeta si è aggirata attorno ai 14ºC. Ora l’aumento medio si aggira attorno ad 1ºC. Se non prendiamo misure appropriate adesso per fermare l’aumento della febbre, le previsioni ci dicono che il nostro pianeta è sulla strada di vedere la propria temperatura media aumentare tra i 2ºC e i 6ºC prima della fine del secolo. In tali condizioni, la vita sulla Terra per come la conosciamo potrebbe cambiare drammaticamente.

Non abbiamo alternative se non attivarci subito. E con la giusta azione al tempo giusto. Quando, per esempio, un essere umano ha la febbre è necessario farlo riposare, dargli molti liquidi, prescrivere la giusta medicina e se la febbre continua a crescere portarlo all’ospedale cercando di trovare la vera causa della febbre, che potrebbe variare da una semplice infezione a malattie più rischiose come il cancro.

Le ricette giuste

In caso di febbre planetaria, l giusta ricotta richiede almeno 10 azioni da intraprendere ed applicare.

  1. Prendere impegni immediatamente vincolanti, e non volontari, per contenere l’aumento della temperature planetaria entro i 1.5ºC entro questo secolo, riducendo le emissioni globali di gas climalteranti ad effetto serra a 38 miliardi di tonnellate all’anno entro il 2020.
  2. Lasciare che la Terra riposi rendendo vincolante l’impegno a lasciare più dell’80% delle riserve conosciute di combustibili fossili nel sottosuolo e sotto i fondali marini.
  3. Uscire dalle logiche dell’estrattivismo ponendo blocchi a tutte le nuove esplorazioni e ai nuovi sfruttamenti di petrolio, sabbie bituminose, rocce schistose, carbone, uranio e gas naturale incluse infrastrutture come il gasdotto Keystone XL.
  4. Accelerare lo sviluppo e la transizione alle energie rinnovabili alternative come vento, solare, geotermico e mare con un maggiore controllo e proprietà pubblici e delle comunità.
  5. Promuovere produzione e consumo locale di beni per soddisfare i bisogni fondamentali delle persone ed evitare il trasporto di beni che possono essere prodotti localmente.
  6. Stimolare la transizione da un’agricoltura industrializzata, orientate alle esportazioni per il supermercato globale, a una produzione basata sulle comunità per soddisfare i bisogni alimentari locali nel quadro della sovranità alimentare.
  7. Adottare e applicare strategie rifiuti zero per il riciclo e il conferimento dei rifiuti e l’ammodernamento degli edifici per un minor consumo di energia per il riscaldamento e il raffrescamento.
  8. Migliorare ed espandere il trasporto pubblico per le persone e per le merci all’interno dei centri urbani e tra le città attraverso un efficiente trasporto ferroviario.
  9. Sviluppare nuovi settori dell’economia, progettati per creare nuova occupazione capace di riequilibrare il sistema Terra, come lavori capaci di diminuire le emissioni di gas e di ricostituire gli equilibri del pianeta.
  10. Smantellare le infrastrutture dell’industria di Guerra per ridurre le emissioni generate dall’economia di guerra e riallocare i budget di Guerra per promuovere un vero futuro di pace.

Le ricette sbagliate

Nello stesso tempo, dobbiamo essere consapevoli che non tutte le azioni sono appropriate e che alcune iniziative possono peggiorare la situazione. La nostra sfida maggiore è legata all’attività delle grandi multinazionali che sussumono l’agenda climatica per sviluppare nuove opportunità di affari per avvantaggiarsi della crisi. In risposta, dobbiamo lanciare un messaggio forte e chiaro alle grandi imprese: “Stop allo sfruttamento della tragedia del cambiamento climatico”.

Più specificamente, dobbiamo resistere alla soluzione del “capitale riverniciato di verde”, rifiutando le seguenti politiche, misure e strategie:

  • La mercificazione, finanziarizzazione e privatizzazione delle funzioni della natura attraverso la promozione di una falsa “agenda dell’economia verde”, che pone un prezzo alla natura e crea nuovi mercati di prodotti derivati che non faranno altro che aumentare le ineguaglianze e velocizzar la distruzione della natura. Ciò significa dire No al REDD (Reducing Emissions from Deforestation and forest Degradation). No alla Climate Smart Agriculture, al Blue Carbon e alla compensazione della biodiversità, tutti meccanismi progettati per creare nuove opportunità di profitto per le multinazionali.
  • Soluzioni tecnologiche come il geo-engineering, gli organismi transgenici, gli agrocarburanti, la bioenergia industrial, la biologia sintetica, le nanotecnologie, il fracking, i progetti nucleari, la produzione di energie con la termovalorizzazione ed altro.
  • Progetti non necessari di megainfrastrutture che non portano benefici alla popolazione e sono produttori netti di gas climalteranti, come le mega dighe, le grandi autostrade, gli stadi per I campionati mondiali e altro.
  • I regimi di libero scambio e di investimento che promuovono il commercio per favorire I profitti tagliando posti di lavoro locali, distruggendo la natura e riducendo sostanzialmente la capacità dei Paesi di definire le loro priorità economiche, sociali e ambientali.

Cure preventive

Infine, dobbiamo andare oltre la semplice identificazione delle ricette giuste e sbagliate, dando un nome alla sindrome che causa e alimenta la febbre del pianeta. Senza questo passo, la febbre continuerà a tornare in modi sempre più aggressivi. Dobbiamo tagliare le radici della malattia per superare la tempesta.

Gli scienziati, mentre studiavano l’andamento delle emissioni ed il loro improvviso incremento nell’ultimo secolo, hanno tracciato chiaramente il problema dell’aumento dei gas a effetto serra, facendolo risalire alla rivoluzione industriale di 250 anni fa. A partire da questa analisi, è chiaro che il modello industriale basato su un aumento delle estrazioni e del produttivismo per il profitto per pochi è la prima causa del problema. Dobbiamo sostituire il capitalismo con un novo sistema capace di trovare armonia tra esseri umani e natura e non un modello di crescita infinita che il sistema capitalista promuove per creare sempre maggiori profitti. Vogliamo un sistema che sappia unire il cambiamento climatico e i diritti umani e che sia capace di tutelare le comunità più vulnerabili come i migranti, e che riconosca I diritti dei popoli indigeni..

La Madre Terra e le sue risorse naturali non sono in grado di sostenere i livelli di consumo e di produzione della società moderna, industrializzata e globalizzata. Vogliamo un nuovo sistema che soddisfi i bisogni della maggioranza e non di pochi privilegiati. Per andare in questa direzione, vogliamo una redistribuzione della ricchezza che adesso è controllata dall’1% della popolazione del pianeta. A sua volta, questo richiede una nuova definizione di benessere e di prosperità per tutti gli esseri viventi del pianeta nel rispetto dei limiti e nel riconoscimento dei diritti della Madre Terra e della Natura.

Per questo ci organizzeremo e ci mobiliteremo a settembre a New York e in altri Paesi del mondo per spingere verso un processo di trasformazione che possa affrontare le cause strutturali che stanno portando alla crisi climatica.

Firme iniziali

Alternatives International
ATTAC – France
Coordinadora Latinoamericana de Organizaciones del Campo – La Via Campesina (CLOC-LVC)
Corporate Europe Observatory
Ecologistas en Acción
ETC Group
Fairwatch – Italy
Focus on the Global South
Fundación Solón – Bolivia
Global Campaign to Dismantle Corporate Power and end TNCs’ impunity
Global Forest Coalition 
Grassroots Global Justice Alliance
Health of Mother Earth Foundation (HOMEF) – Nigeria
Indigenous Environmental Network
La Via Campesina
Migrants Rights International
No-REDD Africa Network
OilWatch International
Polaris Institute – Canada
SENTRO – Philippines
Thai Climate Justice Working Group (TCJ)
Transnational Institute

 

 

One comment

  1. Pingback: Guido Viale: dieci punti per il pianeta

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